pesce rosso fuor d’acqua – Red fish out of water

Choshi, Chiba Prefecture –

Non c’e una nuvola nel cielo a ostruire i raggi del sole, che bruciano la terra arata dopo i raccolti di fine estate. È uno dei giorni più caldi nella prefettura di Chiba dal 1898. Se l’avessi saputo prima non avrei intrapreso la passeggiata di oltre un’ora che separa la stazione di Choshi dal tempio Chobokuri Inari.

Choshi è a due ore di treno dalla periferia est di Tokyo. Si trova all’estremità di una lingua di terra che si allunga nell’oceano pacifico. Circondata dal mare, la piccola cittadina si trova in una delle zone più pescose dell’intero paese.

Sceso dal treno attraverso la piazza della stazione ed entro in un konbini. I trenta metri che ho percorso sotto il sole bastano a far affiorare una corona di sudore sotto al cappellino che porto calato sulla testa. Le porte del Family Mart si aprono titubanti e il jingle della catena di mini-market mi accoglie sotto al getto gelido dell’aria condizionata.
Una cintura di goccioline scende dalla schiena e si ferma attorno al marsupio che porto in vita.
Prendo una bottiglietta di acqua e un katsu-sando che pago con una moneta da 500 yen.

Esco dal negozio e mi incammino per un ora infinita sotto al sole. Niente di quello che vedo attraversando la periferia della città cattura la mia attenzione. Solo qualche casa di lamiera dai colori sbiaditi, un piccolissimo torii poggiato lungo una strada sterrata, una lavanderia a gettoni. È chiaro dopo qualche minuto che la strada che il navigatore mi ha consigliato come la più breve sia anche la più improbabile.
Avrei allungato volentieri la mia agonia di dieci minuti se fossi passato attraverso il centro del paese. Avrei potuto fare una pausa in un qualche locale climatizzato. Invece sto percorrendo una statale senza marciapiede, dove se si escludono le auto con i loro conducenti che mi sfrecciano accanto, l’unica altra forma di vita sono degli enormi aracnidi dalle zampe lunghe e dal corpo rotondo che penzolano sulla mia testa da ogni albero. Il sudore mi scende sulle tempie ogni volta che passo sotto ad un ramo su cui aspettano decine di ragni grandi come noci. ↓

Arrivo alla stazione di Tokawa, il tempio è poco lontano. Avrei dovuto prendere il treno fino a qui e sarei potuto tornare a piedi, questa volta attraverso il centro di Choshi. So già che non lo farò al ritorno, il sole non accenna a spegnersi e la mia pelle brucia attorno alle maniche della t-shirt.

Scopro online che la piccola stazione di Tokawa in un passato recente era molto popolare. Era stata usata come lo sfondo di alcune scene di un famoso dorama della tv pubblica ( Miotsukushi – 澪つくし – 1985 NHK ) oltre che l’ispirazione per le location di un anime molto popolare. In effetti è suggestiva, molto piccola e completamente di legno sembra la ricostruzione di una stazione dell’era Showa. Uno scooter delle poste è parcheggiato vicino ad un vagone del treno esibito come reperto storico.

All’interno della sala d’attesa – che occupa l’intero edificio – scorgo tra le tante affissioni un’illustrazione dei torii del tempio che sono venuto a visitare. Un grosso branzino rosso con la bocca aperta sembra cercare ossigeno mentre il luccio e la sardina al di sotto hanno lo sguardo rassegnato al loro destino. Impalati con enormi bacchette e legati a terra con corde in tutte le direzioni.
Voglio vederlo dal vivo – provo la stessa eccitazione di quando ho trovato una foto del posto in uno sconosciuto sito di luoghi insoliti del Giappone. La maglietta bagnata incollata alla schiena e la macchina fotografica che preme calda sul fianco , attraverso i binari e mi infilo in una stradina dietro a una serie di modeste casette. ↓


La strada è larga un metro e superato l’ultimo edifico l’asfalto cede il passo al terriccio. Alzo lo sguardo e osservo il sentiero spingersi in una fitta boscaglia. Prima degli alberi un torii rosso indica che sono quasi a destinazione. Passandovi sotto noto quanto sia rovinato lo strato di vernice che lascia trapelare il legno consumato dal clima severo della costa pacifica.


Pochi passi oltre la boscaglia e mi ritrovo davanti un piccolo edificio rosso e i tre torii su cui spiccano i tre pesci. il sito è in evidente stato di abbandono, la vegetazione rende difficile definire i confini dell’area che si affaccia su uno strapiombo sul mare. Scatto qualche foto e l’impressione è la stessa di quando -ormai adulto – si torna a visitare un luogo che nella memoria della nostra infazia conserva un carattere magico. Tutto ci sembra più piccolo, meno curato, un po più trasandato e casuale di come era impresso nella nostra mente.
Sembra più l’insegna di un ristorante di sushi in stato di abbandono che un luogo di preghiera per propiziarsi una buona pesca. La leggenda narra che a Choshi, all’inizio del periodo Edo ( 1603 – 1867 ) un pescatore di nome Chokuro avesse eretto un tempio in questa altura per ingraziarsi gli dei e chiedere prosperità e una grande pesca.


Essendo la zona ricca di esemplari delle specie più comuni nella dieta dei giapponesi, il pescatore e tutti gli abitanti della zona videro nella risposta del mare un segno della grazia divina. Il tempio rimase invariato nella forma fino al terremoto del 2011 quando – per stimolare il turismo locale – decisero di sostituire i classici torii con delle sculture a forma di pesce.
Se si guarda il tempio dalla costa sotto all’altura su cui è posto vedrete spuntare dalla fitta vegetazione solo il corpo del branzino che sembra nuotare nel cielo con un espressione perplessa.
Il viottolo che collegava il tempio alla zona portuale sottostante non e più praticabile, le piante hanno coperto i gradini che consentivano di scendere in pochi minuti alla punta del paese.


Non posso fare altro che tornare da dove sono venuto. Guardo verso il mare. lo riguardo attraverso la macchina fotografica che lo ritaglia in un piccolo rettangolo. Azzurro sopra e blu sotto, le onde brillano dei raggi del sole come frammenti di specchi. Non scatto quella foto e credo non tornerò mai qui. Deve essere una tortura per questo enorme pesce fissare per l’eternità il mare senza poterci nuotare.

English Version

On this scorching day in Chiba Prefecture, not a single cloud obstructs the sun’s rays, intensifying the heat that scorches the freshly harvested fields. It is the hottest month in this region since 1898.
If I had known this before I would not have undertaken the over-an-hour walk that separates Choshi station from the Chobokuri Inari temple.

Situated two hours by train from the eastern outskirts of Tokyo, Choshi extends as a slender strip of land into the Pacific Ocean. Surrounded by the sea, this petite town thrives in one of the most fish-abundant areas across the entire nation.

Exiting the train station square, I seek refuge in a konbini. The mere thirty meters under the relentless sun induce a crown of sweat beneath the cap shading my head. Hesitant doors of the family mart open, and the chain’s jingle greets me under the cold blast of air conditioning. Droplets cascade down my back, collecting around the waist pouch. Opting for a water bottle and a katsu-sando, I pay with a 500-yen coin, step out, and commence an endless hour-long journey under the blazing sun. Nothing in the peripheral cityscape captures my attention—just faded-colored sheet metal houses, a tiny torii resting along a dirt road, and a coin laundry.

Soon, it becomes evident that the navigator’s suggested shortcut is also the most improbable. I would gladly extend my ten-minute agony if it meant passing through the town center, perhaps pausing in an air-conditioned establishment. Instead, I tread a sidewalk-less highway, where, aside from cars and their drivers whizzing past, the only other life forms are enormous spiders, their long legs and round bodies dangling from every tree. Sweat trickles down my temples every time I pass under a branch, each hosting spiders as large as walnuts.

Reaching Tokawa Station, the temple is not far. I realize I should have taken the train here and walked back through the center of Choshi. I already know I won’t do that on the return journey—the sun shows no sign of relenting, and my arms burn around the T-shirt sleeves.

Online, I discover that Tokawa’s small station was once immensely popular, featured in scenes from a famous public TV dorama (Miotsukushi – 澪つくし – 1985 NHK) and serving as inspiration for a widely known anime. Indeed, it is picturesque, a diminutive all-wood reconstruction resembling a Showa-era station. A postal scooter is parked near a train carriage displayed as a historical artifact.

Inside the waiting room, which occupies the entire building, amid numerous posters, I spot an illustration of the torii of the temple I came to visit. A large red sea bream with its mouth agape seems to gasp for air, while the saury and sardine below wear looks of resignation, impaled with large chopsticks and tied to the ground in all directions.

I want to see it in person, experiencing the same excitement as when I found a photo of the place on an obscure site about unusual locations in Japan. With a sweat-soaked shirt clinging to my back and the camera pressing warmly against my side, I traverse the tracks and slip into a lane behind a series of modest houses.

The road is a meter wide, and beyond the last building, asphalt gives way to soil. I lift my gaze and observe the path pushing through thick foliage. Before the trees, a red torii indicates I am almost there. Passing under it, I notice the worn paint layer, revealing the wood weathered by the severe climate of the Pacific coast.

A few steps beyond the thicket, I find myself in front of a small red building and the three torii adorned with three fish. The site is clearly abandoned; vegetation makes it difficult to define the boundaries of the area overlooking a cliff to the sea. I take some photos, and the impression is akin to revisiting a place from childhood memory, seeming smaller, less cared for, a bit more neglected and haphazard than how it was etched in our minds.

It appears more like the sign of an abandoned sushi restaurant than a place of prayer for a prosperous catch. Legend has it that in Choshi, at the beginning of the Edo period (1603-1867), a fisherman named Chokuro erected a temple on this height to appease the gods and seek prosperity and a bountiful catch. As the area was rich in species common in the Japanese diet, the fisherman and all the locals saw the sea’s response as a sign of divine grace. The temple remained unchanged in form until the 2011 earthquake when, to boost local tourism, they decided to replace the traditional torii with fish-shaped sculptures.

Looking at the temple from the coast below, only the sea bream’s body seems to swim in the sky, displaying a perplexed expression. The path connecting the temple to the lower port area is no longer passable; plants have covered the steps that once allowed a quick descent to the town’s tip.

I have no choice but to return whence I came. I gaze toward the sea, observing it through the camera that frames it in a small rectangle. Blue above and blue below, the waves shimmer with the sun’s rays like fragments of mirrors. I don’t capture that photo, and I believe I may never return. It must be torture for this enormous fish to gaze at the sea for eternity without being able to swim in it.

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