MICRO RACCONTI – CANFORA E LAMIERE

da qualche parte in Giappone –

Riprendo a pubblicare su Nipponia dopo oltre un anno di inattività.
È stato un tempo sospeso, in cui ogni certezza si è incrinata e ha lasciato spazio al dubbio.

Nel frattempo ho iniziato a studiare la lingua giapponese all’università e sono tornato ancora una volta in Giappone, la decima.
Da questo movimento interiore nascono questi racconti: brevi frammenti di finzione, attraversati dai luoghi che ho visto e fotografato, dalle atmosfere che continuano a restarmi addosso.
Questo primo testo è stato scritto un anno fa. Porta con sé il ricordo di una ragazza incontrata durante il mio primo viaggio a Tokyo e l’eco di una fotografia scattata a Gifu, nel 2018
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CANFORA E LAMIERE

Mentre tolgo l’uniforme sento le braccia sottrarsi allo sforzo. Slaccio i polsini, allento il nodo alla cravatta e sbottono la casacca. Tolgo il grembiule dopo aver tolto dalle tasche il taccuino per le ordinazioni e l’apribottiglie. Voglio lasciarmi cadere a terra e dormire. Quanto potrei rimanere nel sonno? Vorrei svegliarmi dopo tanabata o più in là.

Devo correre a prendere l’ultimo treno, ancora un ultimo sforzo. Sfilo la casacca e metto tutto nell’armadietto. Esco dal locale. Ringrazio tre volte il signor Harada, che sta abbassando la saracinesca, e inizio a correre.

Subito l’aria calda di Agosto si appiccica alla pelle, sudano anche i Doors sulla maglietta.

Imbocco lo shōtengai e giro nel primo vicolo a destra, una scorciatoia che mi porterà alla stazione in meno di cinque minuti. Non sento più le auto correre lungo la statale. Qui nelle retrovie domina il frinire delle cicale. Pare cantino di notte quando la temperatura non cambia dal giorno. Come un segnale d’allarme diffuso da altoparlanti nascosti, la loro cantilena sembra implorare una tregua.

Alzo gli occhi, matasse di fili della corrente affettano la luna. Lungo il vicolo non ci sono lampioni, se non fosse per la luce del satellite non riuscirei a distinguere la strada. Non ho paura qui, a correre per i vicoli di Tokyo. Ancora qualche minuto e sarò alla stazione.

Riporto lo sguardo davanti a me e non riesco ad orientarmi. Eppure ero convinta di dover girare dopo la lavanderia. Ora che ci penso non ho visto l’insegna illuminata né il parcheggio di biciclette. Tornare indietro significherebbe perdere troppo tempo e non arrivare in tempo per l’ultimo treno. Vado verso est, in qualche modo arriverò in stazione.

C’è una casa che sporge sulla strada. È addossata a un palo della luce, i muri di lamiera verde formano una struttura irregolare. Sul lato un’enorme canfora copre quasi del tutto la facciata bloccando la porta d’ingresso. Solo una luce giallastra, che filtra da una minuscola finestra, fa pensare che non sia abbandonata. Una serie di piccoli vasi è allineata su tre file di diverse altezze: i più grandi a terra, i più piccoli rialzati su gradini di mattoni. All’interno solo rami secchi, qualche foglia sgualcita, girandole colorate, accanto ad altri spuntano piccole rane di pietra dipinta. Cerco di decifrare un cartellino scritto a mano che pende da uno dei rami più robusti quando la porta di metallo dietro la canfora inizia ad aprirsi lentamente.

La sagoma ricurva di una donna anziana, la testa costretta a puntare in basso, mi rivolge la parola senza esitazione. Non capisco quello che dice: la lingua le scivola fuori controllo, ogni sillaba identica alle altre.

Si muove così lentamente che solo il rumore delle ciabatte di plastica trascinate sull’asfalto mi indica il progressivo avvicinamento. Mi viene incontro e non so cosa fare. Non ho tempo di pensare, forse dovrei scusarmi per essermi fermata qui. Quando è abbastanza vicina, la donna allunga la mano e la agita con un colpo secco, facendo cenno di spostarmi. Scatto verso sinistra mentre lei afferra un tubo di gomma attaccato a un piccolo rubinetto, la cui tubatura si perde lungo il vicolo.

Il crepitio dell’acqua si diffonde all’improvviso e una pioggia di goccioline bagna il cemento, scivolando poi sui vasi. L’aroma dolce della terra reidratata rimbalza tra le lamiere. Il getto vira verso la canfora e il suono diventa più acuto. La luce argentea della luna brilla sulle foglie.

Siamo una accanto all’altra. Dalle sue labbra un sibilo mi ordina di afferrare il tubo. Eseguo l’ordine mentre lei si trascina verso una scopa di salice. A terra nemmeno una foglia ma l’anziana non lo sa. Il fruscio dei suoi gesti armonizza con il lamento delle cicale e il brusio dell’acqua.

Guardo di nuovo la luna. Da qui nessun filo la attraversa, galleggia rotonda in una finestra di cielo tra gli edifici del vicolo.



ENGLISH VERSION

As I take off my uniform, I feel the strain leave my arms. I undo the cuffs, loosen my tie, and unbutton my jacket. I take off my apron after emptying the pockets—my order pad, the bottle opener. I want to collapse onto the ground and sleep. How long could I stay under? I wish I could wake up after Tanabata, or even later.

I have to run to catch the last train—just one final effort. I slip off the jacket and leave everything in the locker. I step outside. I thank Harada-san three times as he pulls down the shutter, then I start running.

The August air clings to my skin at once; even the Doors on my T-shirt seem to sweat. I turn into the shōtengai and take the first alley on the right, a shortcut that should get me to the station in less than five minutes.

I can no longer hear the cars rushing along the main road. Back here, the cicadas take over. It seems they sing at night when the heat never lifts from the day. Like an alarm broadcast from hidden speakers, their chant feels like a plea for relief.

I look up. Tangles of power lines slice through the moon. There are no streetlights in the alley—without that pale glow, I wouldn’t be able to see the road. I’m not afraid here, running through the backstreets of Tokyo. Just a few more minutes and I’ll reach the station.

I lower my gaze and suddenly lose my sense of direction. I was sure I had to turn after the laundromat. Now that I think of it, I didn’t see the lit sign, nor the row of parked bicycles. Going back would take too long—I’d miss the last train. I head east. Somehow, I’ll make it.

A house juts out into the alley. Pressed up against a utility pole, its green metal walls form an irregular shape. On one side, a large camphor tree almost completely hides the facade, blocking the entrance. Only a dim yellow light filtering through a tiny window suggests that someone still lives there.

A series of small pots is arranged in three uneven rows: the largest on the ground, the smallest raised on brick steps. Inside, dry branches, a few crumpled leaves, colored pinwheels; beside them, small painted stone frogs. I try to make out a handwritten tag hanging from one of the thicker branches when the metal door behind the camphor tree slowly begins to open.

The hunched figure of an elderly woman, her head forced downward, speaks to me without hesitation. I can’t understand what she says—the words slip out of control, each syllable sounding the same. She moves so slowly that only the scraping of her plastic slippers against the ground marks her approach.

She comes closer, and I don’t know what to do. I don’t have time to think—maybe I should apologize for stopping here. When she is close enough, she raises her hand and makes a sharp gesture, telling me to move aside.

I step to the left as she grabs a rubber hose attached to a small faucet, its pipe running along the alley. The crackle of water bursts into the air, and a spray of droplets soaks the concrete, then slides over the pots. The sweet smell of wet earth rebounds off the metal walls.

The stream turns toward the camphor tree, and the sound sharpens. Moonlight glints on the leaves. We stand side by side. From her lips, a hiss orders me to take the hose. I obey, while she drags herself toward a willow broom. There isn’t a single leaf on the ground, but she doesn’t seem to notice.

The rustle of her movements blends with the cicadas’ cry and the murmur of water. I look up at the moon again. From here, no wires cross it. It floats, perfectly round, in a window of sky between the buildings of the alley.

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